70esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – “La dignità dei diritti”

Il mio discorso di apertura al 70esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – “La dignità dei diritti”

Signore e signori,

Vi ringrazio per questo invito e ringrazio anche gli organizzatori della Presidenza del Consiglio.

Il senso che comunemente si trae dalla cronaca di Hannah Arendt del processo Eichmann – svoltosi a Gerusalemme nel 1961 – è che dobbiamo sempre restare padroni delle nostre azioni e non rinunziare mai alla responsabilità e al riconoscimento della sfera altrui, dei diritti degli altri.

Non possiamo mai scivolare in una sorta di routine che ci faccia dimenticare i valori dell’umanità e che possa far ripetere l’orrore dello sterminio degli Ebrei.

Di qui il famoso titolo del resoconto che la Arendt trasse da quel processo, La banalità del male.

E’ proprio questa ordinaria e banale atrocità che noi dobbiamo saper riconoscere e da cui dobbiamo rinnovare sempre la nostra immunità. Dobbiamo, in altre parole, tenere sempre molto alta la guardia sulla dignità dell’uomo e sui diritti delle persone in quanto tali.

Questo è il significato che dobbiamo attribuire a ricorrenze come queste, le quali non sono mai retoriche perché – per esempio – in molte parti del mondo, purtroppo si stanno facendo passi indietro, quasi che stessimo tutti dimenticando le lezioni della storia.

La prima lezione che la dichiarazione del 1948 ci ha impartito – credo – sta proprio nell’aggettivo “universale”.

Come ha ben spiegato Antonio Cassese, uno dei pionieri degli studi sui diritti umani in Italia, con la parola universale s’intende che la dignità umana non ha confini.

Una persona umana – in altri termini – può e deve rivendicare i suoi diritti quale che sia il luogo e la circostanza economica e sociale in cui si trovi.

La seconda lezione è che la dichiarazione universale dei diritti fa un passo avanti anche rispetto alle costituzioni tradizionali.

Le pur bellissime costituzioni italiana e tedesca non esplicitano ancora la parola universale.

La nostra, cui sono molto affezionata, parla all’art. 2 dei diritti inviolabili della persona, che la Repubblica riconosce ma non crea; non li crea perché essi già ci sono; e la Costituzione tedesca del 1949 mette in cima a tutto la dignità, facendo un’affermazione molto impegnativa.

Tuttavia la Dichiarazione dell’ONU ha questo tratto globale e affratellato che non è solo un monito e un limite ai poteri costituiti in ciascuna nazione: è la rotta della marcia dell’umanità intera.

La Dichiarazione del 1948 ha il senso e l’ambizione di parlare all’umanità intera con un’unica voce e di additare gli stessi parametri di comportamento a tutti gli Stati, quale che sia la loro potenza, ricchezza o tradizione.

Come molti documenti di carattere costituzionale, la Dichiarazione universale offre inoltre una visione sociale e civica dei diritti umani. Si ribadisce la sacralità della persona ma la si colloca in una dimensione non più meramente individuale e le si riconosce l’insopprimibile natura comunitaria. Si stabilisce che la collettività deve qualcosa a tutti e che tutti dobbiamo qualcosa a essa.

E poi ancora: è molto importante un altro tratto della Dichiarazione, quello che emerge all’articolo 28 nel quale si statuisce che ciascuno ha diritto a un ambiente sociale e internazionale in cui i diritti e le libertà della Dichiarazione siano pienamente realizzati.

Ovviamente, vale anche la reciproca: guerre civili e persecuzioni in un Paese hanno conseguenze nefaste anche nelle zone dove formalmente una guerra non c’è.

Si coglie quindi il nesso tra la democrazia interna e la libertà dei cittadini nelle loro patrie, dal un lato, e la conseguente equità e solidarietà internazionale, dall’altro.

Ecco che allora noi troviamo un filo rosso tra la Dichiarazione universale dei diritti e la nostra Costituzione che all’articolo 2 menziona oltre i diritti inviolabili anche gli obblighi inderogabili di solidarietà. E all’articolo 11 la nostra Costituzione contiene quel fondamentale ripudio della guerra come mezzo di soluzione dei conflitti.

La Dichiarazione universale è stato un seme, perché è stata seguita non solo dopo qualche anno dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che è un testo importantissimo anche da punto di vista pratico, perché la sua attuazione ormai impegna i giudici e le amministrazioni di tutta Europa; ma ha dato luogo al tema della giustizia internazionale e sovranazionale.

In merito a questo, l’Italia è stata condannata, ad esempio, in materia di violenza contro le donne nel 2017, il caso è quello di Elisaveta Talpis. La donna aveva più volte denunciato i maltrattamenti domestici verso di lei e verso sua figlia, dal 2012 al 2014 fino a che suo marito, un giorno aveva ucciso il figlio che cercava di difendere la mamma, da un ennesimo maltrattamento. La Corte europea dei diritti dell’uomo, per la prima volta, ha condannato l’Italia per la violazione del diritto alla vita (art. 2 CEDU) e per divieto di trattamenti inumani e degradanti (art. 3), ed, inoltre, ha riconosciuto alla vittima di essere stata discriminata, sulla base del genere (art. 14), in ordine al godimento dei diritti sanciti dalla Convenzione. Il Parlamento ha fatto grandi passi in avanti in tal senso, ma la strada è ancora lunga.

Infine voglio ricordare i Difensori dei Diritti umani, che svolgono un’attività impagabile, in tutti gli angoli del mondo più sperduti e purtroppo sempre più spesso a costo della vita. Nel 2017, infatti, sono stati 312 i difensori dei diritti umani uccisi in 27 paesi diversi (questi i dati preoccupanti messi in luce dal rapporto di Front Line Defenser); un pensiero va alla nostra giovane Silvia Romano rapita in Kenia il 20 novembre, che speriamo possa tornare presto a casa.

Grazie a tutti e buon lavoro!!

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